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Malgrado gli sforzi immani resterà una legge bavaglio
Ne spiego le ragioni. L’Italia sta affrontando la crisi economica più grave della sua storia. Dobbiamo prepararci, per dirla con le parole di Giulio Tremonti, a “una svolta epocale”. Dovremo spendere di meno, rinunciare a qualche lusso e cambiare il nostro stile di vita. E potrà non bastare, perché sullo stato delle nostra economia potranno influire, come è già accaduto, anche vicende esterne e da noi non controllabili. Sono i mali della globalizzazione. La crisi italiana, inoltre, ha alcune peculiarietà, che la rendono più grave e pericolosa. Insieme a un debito pubblico, fra i più alti del mondo, che impegna e sottrae quotidianamente ingenti risorse, il nostro Paese ha un’organizzazione statuale ipertrofica, lenta, ingessata, autoreferenziale, dispendiosa e largamente inefficiente. In più, da noi, stato sociale, welfare, sistema pensionistico e sistema sanitario assorbono un flusso di denaro da tempo non più sostenibile. Insomma, la crisi economica arriva nel momento peggiore, perché, per uscirne davvero, sarà necessario fare congiuntamente due manovre, entrambe dolorose, stringere sulla spesa e fare le riforme. Oggi, un governo, un parlamento e una classe politica seria e conscia della gravità della situazione si concentrerebbe solo su questo, tralasciando e rinviando ad altro momento qualsiasi altra questione. Si rivolgerebbe al Paese, dicendo la verità e indicando con chiarezza i sacrifici da fare e le riforme da realizzare. Per modernizzare il Paese, e tornare a produrre e a essere competitivi. Si tratta di un compito immane, che richiede lo sforzo congiunto di tutta la Nazione e, perciò, la più ampia, leale e solidale condivisione di tutte le parti sociali e di tutte le parti politiche. Radicali riforme sistemiche e pesanti sacrifici economici non si chiedono e non si accettano in un clima di perenne conflitto frontale, quasi da guerra civile strisciante. Essi richiedono pure comportamenti personali e stili di governo coerenti e adeguati alla serietà della situazione, con un taglio forte dei costi della politica e dei privilegi dei suoi attori. Anche per neutralizzare i conati di antipolitica che sempre più frequenti e virulenti provengono dalla pancia del paese e che assai facilmente potrebbero trasformarsi in fenomeni di diffuso e pericoloso ribellismo. Non mi pare, quindi, molto congruo che da mesi un ramo del Parlamento nazionale sia di fatto bloccato e tutta l’attenzione della classe politica nazionale sia sostanzialmente assorbita da un asfissiante dibattito sulle intercettazioni telefoniche. Non vedo la logica, l’interesse e l’urgenza della questione. È scritta nel programma elettorale, col quale abbiamo vinto le elezioni? A dire il vero, non lo so. Spero, e credo, soltanto che non sia scritta nei termini di cui oggi si dibatte. Ad ogni buon conto, anche se lo fosse, un suo temporaneo accantonamento, giustificato dalla eccezionalità del momento, non desterebbe scandalo, posto che ben altre e più serie questioni, pur contenute nel programma elettorale, sono state addirittura cancellate. Cito per tutte la soppressione delle province. C’è un interesse urgente da tutelare? La privacy dei cittadini, spesso sottoposti al linciaggio dei media? Concordo appieno, ma se la legge proposta solleva, oltre a quelle scontate e a volte aprioristiche delle opposizioni, anche le obiezioni concordi dei magistrati, dei poliziotti, dei giornalisti, degli scrittori e degli editori, qualche perplessità mi viene. Voglio difendere la privacy, ovvero la riservatezza e la dignità della persona, ma non voglio in alcun modo rendere più difficili le indagini contro la criminalità organizzata e limitare in qualche modo la libertà di stampa. L’equilibrio da raggiungere è difficile e delicato, richiede tempo e soprattutto un clima scevro da sospetti e da interessi sottesi. Oggi, questo tempo, e soprattutto questo clima, non c’è. Non vedo nemmeno la convenienza. Non amo destreggiarmi con i sondaggi, come piace al Cavaliere, perché io le mie idee ce l’ho e, se le ritengo giuste, non le cambio, perché un sondaggio mi dice che la maggioranza degli interpellati è di diverso parere. Al Cavaliere, invece, non dovrebbe sfuggire il fatto che molti cittadini e interi settori dell’opinione pubblica assai rilevanti per quantità, qualità e influenza, siano fortemente contrari a questa legge. Dove sta, allora, la convenienza politica e elettorale a sostenerla a ogni costo? Apprezzo, infine, lo sforzo enorme di Gianfranco Fini, di Giulia Buongiorno, di Italo Bocchino e degli altri parlamentari che, più degli altri, si stanno adoperando per salvare capra e cavoli, e rendere più accettabile il testo normativo. Il loro è uno sforzo titanico, che tenta di mettere insieme la fedeltà al partito e la necessità di preservarne l’immagine, la dignità e il futuro, ma a loro dico, con affetto e comprensione, che è uno sforzo inutile. Per quanti aggiustamenti riusciranno a imporre e ottenere, questa legge, ormai, è conosciuta e sarà salutata come la legge bavaglio, che vuole mettere la museruola ai giornalisti, intimorire gli editori, legare le mani alla Procure, paralizzare la Polizia e salvare qualche amichetto. È una legge che non va emendata. Va ritirata e accantonata. Lo comprenda il Cavaliere. Se vuole passare alla storia, come io gli auguro, si dedichi con tutte le sue forze, e come lui solo sa fare, alla crisi e alle riforme. Altro tempo non ce n’è.

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03/08/2010
Dove ci porterà l’ira funesta del Cavaliere? Alle elezioni anticipate o, almeno, questo è il suo obiettivo.
28/07/2010
Avremmo voluto occuparci oggi solo di Mezzogiorno. Questione seria, drammatica e colpevolmente sottovalutata. Ma da Orvieto è partito l’attacco.
21/07/2010
“Il coordinatore regionale dell’Udc dice che la corsa di Vendola alla nomination nazionale preclude qualsiasi possibilità di collaborazione

09/06/2010
“La buona educazione prevede che alle lettere si risponda; ma Nichi Vendola non ha mai brillato per buona educazione.”
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