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Che pantomima “abolire” l’abolizione delle Province
Chiacchiere al vento, che spesso non resistono al vaglio dei voti veri. Sin da quando muovevo i primi passi della mia vita professionale, i vecchi e saggi avvocati di quei lontani tempi mi hanno insegnato a non esprimermi mai su un processo, se prima non avevo letto le carte processuali. Per quanto ho potuto, ho sempre tenuto in conto quell’iniziale insegnamento. Osservo, invece, che a commentare la manovra finanziaria, che è ben più complessa e difficile dei semplici processetti di pretura, con i quali a quei tempi ero solito cimentarmi, si è già esercitata una moltitudine di politici, economisti, sindacalisti e giornalisti. Senza leggere le carte, ma basandosi solo su notizie e indiscrezioni di agenzie. Il testo ufficiale, il decreto definitivo, infatti, non lo ha letto nessuno. Nemmeno i Ministri, che pure lo hanno già approvato. E, mentre scrivo, non lo conosce nemmeno il Capo dello Stato, dal quale, con un certo imbarazzo, si è presentato lo stesso Presidente del Consiglio, confessando che Giulio Tremonti questo benedetto decreto non lo aveva ancora licenziato. Non commenterò, quindi, la manovra, che ancora non si conosce, ma la messinscena della falsa cancellazione della Province, quella si. Dicendo subito che si è trattato di una vergognosa pagliacciata. Indegna di un governo serio, assolutamente inappropriata rispetto alla gravità della situazione economica e sociale, che siamo chiamati ad affrontare, e rivelatrice del deteriore dilettantismo che ancora connota la classe dirigente al potere. Della singolare fantasia di Giulio Tremonti è stato già detto. Un Ministro serio, ferrato e anche ingegnoso come è certamente Tremonti poteva risparmiarsi questa scivolata. Nonostante abbia resistito solo lo spazio di 48 ore, la quota dei 220 mila abitanti, immaginata per la soppressione di una decina di piccole province, resterà fra le cose più comiche ed esilaranti di questo governo. Ciò non di meno, al suo annuncio le piccole comunità provinciali si sono rivoltate all’unisono. La provincia non si tocca, hanno gridato da Fermo a Matera. Anche il rude e gioviale Umberto Bossi, sebbene non toccato dal provvedimento, ha pensato di mettere subito le cose in chiaro e, sguainato lo spadone longobardo, ha minacciato “la guerra civile” se qualcuno avesse osato toccare la provincia di Bergamo. Nel silenzio imbarazzato di Tremonti, ci ha pensato Silvio Berlusconi a tranquillizzare tutti, precisando subito, fra una lettura e una citazione di Benito Mussolini, che con la manovra finanziaria nessuna provincia sarebbe stata soppressa. Sospiro di sollievo per tutti. La guerra civile minacciata da Bossi era stata scongiurata. Il Presidente dell’Unione delle Province Italiane, on. Giuseppe Castiglione, per inciso anche Presidente della super indebitata Provincia regionale di Catania, poteva deporre le armi. Non avrebbe più combattuto, fianco a fianco, con gli ingombranti alleati longobardi. Sul versante opposto, anche i deputati finiani, capitanati dall’irrequieto Italo Bocchino, potevano riporre nel cassetto gli emendamenti già pronti per alzare almeno del doppio la ridicola quota dei 220mila abitanti. Tutti i Consigli provinciali d’Italia, infine, già convocati in seduta urgente e straordinaria per lanciare un vibrante atto d’accusa contro il governo centralista e nemico delle autonomie locali, potevano tornare alla loro ordinarietà, fatta di quotidiane inutili riunioni, frequenti e divertenti viaggi, generosi rimborsi, indennità chilometriche e gettoni di presenza, garantiti solo da una semplice firma. No, non sto pensando solo alla Provincia di Foggia, come qualche malpensante potrebbe insinuare. Certo a Palazzo Dogana, sede della Provincia di Foggia, questi malvezzi sono molto frequenti. Già molte volte i giornali locali si sono occupati dei nostri consiglieri, di maggioranza e di opposizione, sempre pronti a prendere il volto per questa o quella esotica destinazione. C’è sempre una fiera, un evento, un meeting o un convegno al quale partecipare. Notissimo il caso di quei consiglieri che, dopo aver partecipato all’October fest di Monaco, si giustificarono, asserendo di esserci andati per capire se il luppolo si potesse coltivare anche nel Tavoliere di Puglia. Sento ancora le pernacchie dei giornalisti. A Foggia, comunque, i consiglieri provinciali incassano il gettone di presenza, l’indennità di distanza e il rimborso chilometrico per le spese di trasporto ogni qual volta partecipano, anche per qualche minuto, alle riunioni di consiglio o di commissione. Queste ultime, naturalmente, si tengono molto frequentemente e, se i consiglieri sono dipendenti pubblici o privati, durano anche diverse ore, per consentire a questi ultimi di assentarsi dal lavoro per l’intera giornata. Tanto paga la Provincia. Che paga anche quando non c’è alcuna riunione. Infatti, per far scattare il gettone e tutti gli altri benefit collegati, basta che il consigliere dichiari, sul proprio onore, di essere stato in provincia per “ragioni istituzionali”. Inutile aggiungere che ci sono consiglieri che in Provincia ci vanno ogni giorno. Anche se non hanno nulla da fare. Questo, è vero, succede a Foggia, ma, sia chiaro, non solo a Foggia. Succede il tutte le province d’Italia. Può ancora continuare questo andazzo? Possiamo permetterci ancora questi lussi? Possiamo tenere ancora in piedi questi inutili baracconi? Possiamo mantenere ancora alcune migliaia di consiglieri e assessori provinciali? La gravità della situazione richiede interventi drastici e riforme strutturali. L’abolizione delle province è una di queste. Onorevole Berlusconi, se ci sei, batti un colpo.

Commenti
Da: Francesco Musto - 02/06/2010
Condivido integralmente. Purtroppo assistiamo all'ennesimo spudorato voltafaccia governativo e dobbiamo arrenderci alla manifesta impossibilità di una certa classe politica ad imporsi qualsiasi autoregolamentazione.

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